Ciao!  Sono Luca del blog Capturing The World.

Oggi ho l’onore di essere ospite qui su Una nuova Meta per parlarvi di fotografia. Ma non di fotografia dal punto di vista tecnico, quella la lascio a chi è più bravo ed esperto di me. Parlo di fotografia da un altro punto di vista: quello del papà. Non parlo del lato dedicato alle foto ai propri figli, ma a quello della fotografia di viaggio con figli al seguito, con tutti gli imprevisti che ne conseguono.

Come è iniziato tutto ciò

Ho sempre avuto la passione dei viaggi e della fotografia. Non ho mai avuto però una macchina fotografica decente. E per decente intendo una reflex. Possedevo una compatta, regalatami da mia sorella che si è rotta dopo qualche anno. E’ stata una benedizione, perché finalmente mi sono deciso ad acquistare la tanto sospirata reflex. Una reflex che combinata ad un corso di fotografia, a qualche libro e molti tutorial, mi ha aperto un mondo sulla fotografia e sul viaggio.

Piano piano, affinando la tecnica e ampliando le conoscenze e il mio equipaggiamento, sono arrivato ad ottenere buoni risultati. Mi occupo per lo più di fotografia di viaggio e di street photography, ma anche di fotografia notturna e lunghe esposizioni in generale.

Ma voi credete che viaggiare in famiglia quando si ha la passione della fotografia sia tutto rose e fiori?

Che tutto sia così semplice o che posso fare tutti gli appostamenti che voglio, prendermi il mio tempo, cercare lo scatto migliore, il soggetto ideale e scattare al momento giusto? Toglietevelo dalla testa. Purtroppo a volte non tutte le ciambelle riescono col buco. Con questo voglio dire che non sempre ottengo i risultati che voglio. Questo non perché sbaglio la foto ma perché il tempo necessario per fare una foto come voglio a volte non c’è. E qui entrano in campo i miei due figli.

Scattare in coppia o da solo VS scattare in famiglia

Se mi avete seguito nel mio viaggio a Cuba (https://capturingtheworldblog.com/viaggio-a-cuba-consigli-suggerimenti-informazioni/ ), avrete notato che nel paese caraibico ci ero andato senza la mia amata family. Le circostanze erano particolari – un viaggio stampa nel caso specifico – ma la cosa particolare è stata la possibilità di avere tutto il tempo che volevo a disposizione. L’ho trasformato in un Workshop fotografico assieme ad un fotografo professionista. La cosa non mi sembrava vera. Niente bambini che correvano, niente schiamazzi, niente corse. Solo la pace e la possibilità di stare nello stesso luogo per quindici / venti minuti per cercare lo scatto perfetto.

Ho avuto anche altre occasioni di scattare senza loro due, ma avevo la mia compagna al seguito. Per carità, a volte non so come fa ad avere tutta quella pazienza. Mi lascia fare, mi concede il tempo per sistemare tutto ma capisco anche che non è poi così eterno il tempo che ho a disposizione.

Scattare con i figli al seguito invece è tutt’altra cosa. Innanzitutto, la fotografia non ha la priorità. La priorità va alle due pesti. La più grandicella ormai ha una sfera di autonomia elevata. Si allontana, resta indietro, va avanti, rientra, ma sempre sotto l’occhio vigile di noi genitori. Il problema è col secondo figlio. Cerca sempre di seguire la sorella ma non ha ancora la percezione del pericolo. Se l’ambiente è tranquillo, ossia niente auto, bici, camion, pedoni, allora è fattibile, altrimenti nella maggior parte dei casi bisogna tenerlo d’occhio. Nel mentre, cerco sempre di scattare una foto. Considerate che viaggio per lo più attraverso le grandi città, quindi i pericoli di cui sopra sono sempre in agguato. Di norma adottiamo la tecnica “uno a testa”: io che ho la reflex al collo seguo lei che è più autonoma, la mia compagna invece marca a uomo lui, che essendo libera da attrezzature fotografiche lo può anche rincorrere in caso di eccessivo allontanamento.

Come i camaleonti

Ci sono momenti in cui, in mezzo alla calca di gente, seguire uno a testa non basta e quindi mi ritrovo a dover fare come i camaleonti, con la differenza che non cambio il colore della pelle. Essere in giro tra centinaia di persone comporta un notevole rischio di perdita della semplice visione di uno dei due. Qui entra in gioco l’altro genitore.

Se la mia lei ha più facilità di seguire i due piccoli mentre guarda il panorama, io molto spesso mi ritrovo a guardare il soggetto della foto e uno dei due figli. Metto l’occhio in camera ma l’altro occhio guarda in giro alla ricerca di uno dei due pargoli. Fate finta di vedere un camaleonte che guarda la preda e allo stesso tempo controlla che non ci sia nessuno in giro per rubargliela. Si insomma, il mio strabismo ne guadagna non poco. Mentre seguo il soggetto e uno dei miei figli, devo trovare anche l’altro e a volte lo scatto ne risente.

E se non mi tramuto in camaleonte è tutto un continuo guardarsi attorno, cercare lui e lei e capire chi sta osservando chi e cosa. Insomma, fare una semplice foto diventa leggermente complicato.

La pazienza messa a dura prova e il coinvolgimenti della prole

Una cosa che non uso fare è scattare foto alla mia famiglia o ai miei figli. Le faccio ma non in elevata quantità e non le pubblico perché per me il viaggio è si in famiglia ma preferisco per lo far vedere il mondo attorno, non quelli con cui lo giro.

Piuttosto a volte mi ritrovo a dover coinvolgere uno dei due. Non è raro sentirmi dire “Papà voglio fare una foto” dalla più grandicella. Ecco che a volte le devo mettere la reflex al collo, settare la macchina e far si che possa scattare lei qualche foto. Al parco Sigurtà, mi sono ritrovato senza reflex per mezz’ora. Considerate che in quel lasso di tempo non siamo rimasti fermi e i soggetti mi passavano in fianco con mio grande nervosismo, dovendo quindi perdere alcuni scatti.

Altre volte mi è capitato di dover coinvolgere anche il più piccolo. La pazienza a dura prova non è solo la mia, ma anche quella della mia famiglia. A volte si riesce a distrarli con un gioco da fare in una piazza, altre volte guardando qualcosa, ma altre volte non c’è verso. Lui deve fare una foto. E allora il suo “Papà voglio schiacciare bottone!” inizia a martellarmi nel cervello. Preparo il treppiede, setto la macchina e poi è lui che in braccio mio fa click sul corpo macchina. Ovviamente l’autore dello scatto è lui e gli faccio i complimenti per la foto. Con ciò posso ottenere due risultati: il primo è che dopo lo scatto lui sia soddisfatto e se ne vada. Il secondo, e quello più frequente, è che i complimenti non siano abbastanza e quindi che si fa? Altra foto, ci mancherebbe. In alcuni casi riusciamo a farlo desistere, in altri devo concedergli altri scatti fino a quando non trova qualcos’altro che sia di suo interesse o sia soddisfatto del suo lavoro.

Vi lascio immaginare quindi cosa possa diventare per me uno scatto che devo fare in certe condizioni o quando il tempo per scattare è poco. Non è raro che debba rinunciare perché il soggetto è qualcosa in movimento o debba ritornare sul luogo in un secondo momento con condizioni diverse dalle precedenti. E non è nemmeno raro che io torni qualche giorno dopo, con o senza famiglia al seguito, per fare quella foto.

Del tempo per me stesso

A volte però decido di prendermi dei momenti per me stesso e dedicarmi esclusivamente alla fotografia. Succede quando la famiglia rientra in appartamento stanca la sera, dopo aver camminato per molti chilometri. Io, appena dopo la doccia mi butto in divano per riposare quella mezzoretta che mi fa recuperare le energie sufficienti per uscire la sera. Dato che adoro il genere notturno e le lunghe esposizioni, non c’è momento migliore di un’uscita in solitaria. La famiglia resta in appartamento, io esco con la mia reflex e il mio treppiede. L’ho fatto a Miami e a Salisburgo, giusto per citare due città.

Non c’è momento migliore. Ho tutto il tempo che voglio per settare la macchina, provare gli scatti, stabilire una composizione o ritornare in un luogo che ho visto durante il giorno. Soprattutto non ho niente e nessuno che mi mette fretta. Anche se i loro sguardi manifestano pazienza, mi rendo conto che non è facile attendermi ogni volta perché devo fare una foto. L’uscita serale in solitaria mi permette invece di avere tutta la calma del mondo. E devo dire che tendo a sfruttare molto spesso queste serate in viaggio.

Fotografare con la famiglia non è per niente facile

Vi sarete resi conto di come per me non sia sempre facile ottenere risultati. Nonostante tutte le problematiche, le difficoltà, le interruzioni, le fotografie in “collaborazione”, i momenti persi e quelli non ideali, alla fine scendo a compromessi e mi accontento di quello che faccio – e a volte certi lavori non sono per niente male – oppure mi ritaglio dello spazio per me stesso in viaggio, in modo da ottenere un risultato ben definito. Questo è come il mio punto di vista e la mia esperienza come padre-fotografo.

Ma voi, viaggiate con la famiglia o in coppia? Avete questo tipo di problematiche? Se si, a come ovviate?

Un abbraccio, a presto

Luca

Ringraziamo Luca di essere stato nostro ospite 🙂

Potete seguire le sue avventure di viaggiatore e fotografo oltre che sul suo blog Capturing The World anche sui suoi social:
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